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E ora tocca alla Meloni

(Tempo di lettura: 3 - 5 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio

È raro vedere un capo di governo darsi tanto da fare a poche ore dal passaggio delle consegne all’esecutivo successivo. Però, l’ultima apparizione di Mario Draghi a Bruxelles, nelle vesti di presidente del Consiglio, è stata caratterizzata da un “tour de force” straordinario nel tentativo (poi in parte riuscito) di smuovere i cosiddetti Paesi “frugali” del Nord Europa dalle loro solipsistiche posizioni sulla questione del prezzo del gas. E le ragioni di tanto impegno è stato lo stesso premier dimissionario ad illustrarle, dichiarando di voler favorire “una transizione serena”, in modo che Giorgia Meloni possa “rapidamente iniziare la sua attività”. Del resto, ad attendere al varco la nuova maggioranza di destra ci sono ostacoli molto insidiosi come, tra gli altri, la crisi energetica e l’attuazione del piano nazionale delle riforme. Relativamente al primo dei due problemi appena indicati, possiamo tranquillamente dire che, pur lasciando Draghi in eredità dei conti pubblici sostanzialmente in ordine, il nuovo governo verrà, comunque, a trovarsi in difficoltà quasi subito, proprio a causa della crisi energetica e dei sessanta miliardi già utilizzati da Palazzo Chigi per porvi un argine. Pertanto, al momento l’esecutivo Meloni è destinato a navigare tra le ristrettezze, potendo disporre, al massimo, di un “tesoretto” di circa dieci miliardi che basteranno soltanto per prorogare di altri tre mesi tutte le misure già in vigore contro il caro bollette. Dopo di che, la via di uscita apparentemente più facile da percorrere sembrerebbe quella della “finanza allegra” e degli scostamenti di bilancio più volte evocati da Salvini durante la campagna elettorale, ma che i recenti e clamorosi insuccessi di Liz Truss in Gran Bretagna sconsigliano decisamente di seguire: soprattutto in previsione di quali sarebbero le reazioni dei mercati sui nostri titoli di Stato. Di conseguenza, salvo miracoli che per ora non si intravedono all’orizzonte, nuove risorse per i prossimi mesi si potranno ricavare – con buona pace di quanto promesso incautamente agli elettori - solo da provvedimenti impopolarissimi, quali sono gli aumenti di tasse o i tagli alla spesa.

Il secondo ostacolo fondamentale che il governo Meloni dovrà assolutamente superare consisterà, invece, nel portare a termine il regolare compimento del nostro Pnrr, a proposito del quale occorrerà presentare all’Unione Europea una riforma del codice degli appalti – unitamente all’effettiva attuazione della legge sulla concorrenza approvata in estate - che siano coerenti con quanto Bruxelles si attende dal nostro Paese prima di concedergli, a dicembre, quei venti miliardi di euro che rappresentano il valore della terza tranche di aiuti. Poi, una volta ottenuti i fondi, bisognerà anche dimostrare di essere in grado di spenderli correttamente: cosa di cui l’esperienza di quanto normalmente avviene in relazione a tutti gli altri fondi europei diversi dal Recovery Fund, induce a dubitare.

Certo, chi, negli ultimi tre anni, è stato chiamato al governo di un Paese in una qualunque parte del mondo, è stato particolarmente sfortunato: gli avvenimenti che si sono succeduti in questo arco di tempo rischiano, infatti, di travolgere ogni tipo di certezza o di speranza.

L’inflazione è ormai diffusa a livello globale come non lo era mai più stata da quarant’anni a questa parte ed è destinata a gravare seriamente sia sulle famiglie, che sui bilanci pubblici.

Ne venivamo, soprattutto come Italia, da una fase storica in cui – per circa un decennio – la crescita economica non era stata propriamente esaltante, ma tuttavia un’inflazione bassissima aveva permesso anche ai Paesi più indebitati (come il nostro) di far fronte agli oneri debitori senza incontrare rilevanti difficoltà, oltre a garantire alle famiglie la stabilità del loro potere d’acquisto e quella dei loro redditi. Ma adesso quel periodo di calma piatta è finito e diventerà sempre più difficile finanziarsi, sia per le famiglie che per le imprese. I tassi di interesse a basso costo diventano così un beato ricordo, rendendo molto più difficoltosa l’iniziativa di chiunque intenda investire. E non ci vuole John Maynard Keynes per comprendere che dal calo degli investimenti discendono, inevitabilmente, meno reddito e meno occupazione.

Purtroppo, almeno fino a ieri, l’Europa - che pure aveva reagito in maniera efficace e solidale dinanzi alla minaccia pandemica - sul versante della crisi energetica, condizionata come è stata per mesi e mesi da troppi conflitti di interesse tra i vari Stati membri, si è rivelata del tutto incapace di dotarsi di una politica energetica comune che sarebbe, invece, risultata quanto mai essenziale in questi frangenti. Vedremo adesso cosa succederà martedì 25 al prossimo vertice dei ministri europei dell’Energia.

Pertanto, il cammino che la prima donna premier italiana si appresta a percorrere è tutt’altro che in discesa: la sua credibilità a livello internazionale è ancora tutta da guadagnare ed in questo senso alcuni alleati di maggioranza non le sono sicuramente d’aiuto... La nuova inquilina di palazzo Chigi, al di là delle diffidenze che politicamente può ispirare, sembra però, un tipo serio e pragmatico che, forse, ha già capito quanto siano ormai lontani i tempi della ”pacchia è finita” e quanto siano, invece, attuali quelli della prudenza, dell’ascolto, della riflessione e – perché no – anche dell’umiltà.

Buon lavoro, Giorgia Meloni.

Credits: Agenzia Fotogramma

23 Ottobre 2022

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