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Price Cap

(Tempo di lettura: 3 - 5 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio

Sul finire della settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle, sono accaduti due eventi che potrebbero imprimere una svolta decisiva alla politica energetica internazionale.

Mentre, infatti, il G7 annunciava il suo proposito di introdurre urgentemente un tetto al prezzo del petrolio russo, auspicando che l’iniziativa venga accolta anche da un’ampia coalizione di altri Paesi, la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, annunciava che era giunto il momento di fissare un prezzo fisso anche per quel gas che il Cremlino, da molti mesi, usa come arma di pressione su tutto il Continente.

Sono trascorsi circa sei mesi da quando Mario Draghi aveva proposto per la prima volta un “price cap” sul gas russo. E quattro mesi da quando lo stesso Draghi si era incontrato a Washington con la titolare del Tesoro statunitense, Janet Yellen, per studiare come applicarne uno analogo anche al petrolio proveniente da Mosca. Nel commentare la decisione presa all’unanimità dal G7, la stessa Yellen ha sottolineato come il tetto costituisca, al tempo stesso, sia un potente strumento contro l’inflazione perché contribuisce, indubbiamente, a contenere le quotazioni dei beni energetici e sia una risposta efficace per ridimensionare gli enormi ricavi che, fino ad oggi, hanno consentito a Putin di finanziare la sua politica aggressiva.

Meno lineare e più contrastato è risultato, invece, il cammino che sembra adesso avere finalmente portato l’Unione Europea a prendere una posizione unitaria rispetto al problema della dipendenza energetica da Paesi terzi.

Il primo segnale che ha indotto a pensare che qualcosa cominciasse a muoversi sul serio è venuto da un messaggio che il vice cancelliere tedesco, Robert Habeck, ha inviato al nostro ministro Cingolani per comunicargli la disponibilità della Germania – dopo tante esitazioni - a discutere concretamente di price cap, in occasione della prossima riunione del Consiglio Europeo che si terrà venerdì 9 settembre.

Ma di che cosa si disserta quando si parla di price cap? In sostanza, ci si riferisce alla possibilità di stabilire un limite di prezzo oltre il quale i Paesi membri dell’Unione Europea non saranno più disposti ad acquistare un determinato prodotto (che, in questo caso, è il gas naturale). Se consideriamo che i 27 Paesi membri acquistano 600 miliardi di metri cubi all’anno, risulta chiaro che se gli stessi riuscissero ad agire sul mercato muovendosi come un compratore unico, il loro potere contrattuale potrebbe risultare particolarmente forte. Del resto, l’Unione ha già dato prova di saper gestire un’altra situazione di emergenza – per quanto politicamente meno complicata – quando centralizzò l’acquisto dei sieri anti covid, evitando che si verificasse un’impennata dei loro prezzi.

Come si accennava prima, la questione del prezzo del gas è però più complessa rispetto a quella felicemente risolta relativamente ai vaccini. Sono troppe, infatti, le variabili di natura geo politica che possono influire in un senso o nell’altro sul buon esito dell’iniziativa comunitaria: ad esempio, gli altri nostri fornitori – quelli cioè diversi da Gazprom – potrebbero anche giudicare troppo basso il prezzo fissato da Bruxelles e virare, di conseguenza, verso altri lidi. In tal modo ne resterebbe invalidata tutta l’efficacia dell’iniziativa, consentendo, pertanto, anche ai Russi di rimanere a pieno titolo sui mercati.

Pur augurandoci, quindi, la massima riuscita delle politiche di contenimento dei prezzi che si attueranno – almeno sembra – nell’immediato futuro, restiamo, comunque, dell’idea che quella delle riduzioni dei consumi di gas - sia per le famiglie che per le imprese – resti ancora, al momento, la via maestra da percorrere se si vogliono realmente raffreddare questi prezzi oggi così surriscaldati. Ed a questo proposito, la Commissione Europea sta pensando non soltanto a riduzioni o razionamenti, ma ha parlato anche di incentivi da indirizzare in favore delle aziende disposte a ridurre le loro produzioni, limitando così i consumi energetici generali. Idem per le famiglie che diminuiscano volontariamente l’utilizzo di riscaldamento ed elettrodomestici. Il problema è però, quello di individuare fonti di finanziamento adeguate per supportare una simile politica di sgravi ed indennizzi. La risposta, ancora una volta, dovrebbe concretizzarsi a livello europeo, magari mettendo in cantiere un nuovo Recovery Fund: non più studiato per contrastare i guasti provocati dalla pandemia, ma per fronteggiare, invece, quelli che ora sta producendo la crisi energetica.

È, infatti, impensabile che un’economia come quella dell’Unione a 27 (che genera un PIL di oltre 17 mila miliardi) di euro debba subire, oltre ogni misura, il ricatto che le arriva da un Paese che, come la Russia, ha una creazione di ricchezza interna che è inferiore a quella della sola Spagna...

A mancare però – ed è ormai abbastanza chiaro - sono leaders politici europei all’altezza della situazione. Anzi, per la verità, uno ci sarebbe anche stato, ma la lungimiranza di certi partiti ha pensato bene di escluderlo dai giochi.

Credits: Agenzia Fotogramma

04 Settembre 2022

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