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El Partido del Siglo: Italia - Germania 4 a 3 | Destinazione Olimpia



Eravamo una squadra molto forte e piena di fuoriclasse, anche se non in testa alle graduatorie dei bookmakers. L’Italia era arrivata ai Mondiali di Mexico 70 sulla scia del trionfo europeo che, nella finale romana del 68, l’aveva incoronata campione d’Europa, ma la presenza del Brasile, guidato dall’inarrivabile Pelè, sembrava proprio poter sbarrare l’ingresso a qualsiasi altro pretendente al titolo. Tuttavia, quell’edizione dei Mondiali di calcio, non è passata alla storia per aver visto la conquista definitiva della mitica Coppa Rimet da parte dei Brasiliani che se la aggiudicarono per la terza volta, ma piuttosto per aver vissuto quella che buona parte della critica internazionale continua a considerare come la più avvincente partita di tutti i tempi: e lo avrete già certamente compreso che stia-mo parlando di Italia - Germania 4 a 3. La battaglia fra azzurri e tedeschi occidentali è entra-ta ed è destinata a rimanere nella leggenda per il susseguirsi di rovesciamenti di fronte e di indelebili emozioni: del resto, se ancora oggi all’interno dello stadio Azteca di Città del Messico una targa commemora “Italia y Alemania” come “el partido del siglo”, una ragione ci dovrà pur essere. Sono passati oltre cinquant’anni ed era il 17 giugno: oltre 100mila spettatori sugli spalti ed altre centinaia di milioni di appassionati, collegati in mondovisione, si accingevano a seguire la semifinale che avrebbe rilasciato il passaporto verso la gara conclusiva di questa edizione della Coppa Rimet, che sarebbe stata an-che l’ultima. Erano le 16, ore locali ( corrispondenti alle 21 italiane), il caldo era torrido e tutto il nostro Paese, come fosse stato in “trance”, attendeva il fischio di inizio, inchiodato dinanzi al televisore. L’Italia era arrivata a questo appuntamento dopo aver assolto l’ingrato compito di eliminare i padroni di casa ed organizzatori messicani, travolgendoli per 4 a 1. I Tedeschi, invece, avevano appena rispedito a casa i campioni uscenti dell’Inghilterra, rifacendosi, in tal modo, della sconfitta subita quattro anni prima nella finale di Wembley. Dopo otto minuti, Boninsegna ci porta in vantaggio e la nostra nazionale riesce a gestire il controllo della partita concedendo agli avversari poche occasioni realmente pericolose per minacciare la porta magistralmente difesa da Albertosi. Sono ormai trascorsi i 90 minuti regolamentari, ma proprio quando, da Ao-sta a Pantelleria, tutti si preparano ad uscire in strada per esultare e festeggiare la vittoria, ecco che il gran-de difensore del Milan e della Germania, Karl Einz Schnellinger, si avventa su un cross proveniente dal lato sinistro della nostra area ed insacca spietatamente uno dei due o tre goal che avrà, al massimo, segna-to in tutta la sua lunghissima carriera...E’ il 92 minuto ed è anche tutto da rifare... Però è quello il momento in cui ha veramente inizio la leggenda. Il primo tempo supplementare inizia davvero nel peggiore dei modi, con un pasticcio difensivo - tra Poletti ( subentrato a Rosato infortunato ) ed Albertosi - che rappresenta un autentico invito ad approfittarne per il mitico centravanti Gerd Muller, che non si fa certo pregare per portare in vantaggio la sua squadra. Due a uno per loro e la delusione sul campo, ma soprattutto nelle nostre case si fa sul serio cocente. Meglio riavvolgere le bandiere azzurre e tricolori e metterle da parte per una prossima occasione...Però il calcio, co-me ci insegnava Gianni Brera, è un mondo del tutto particolare e fortemente condizionato dai capricci del-la dea Eupalla che, quel giorno, aveva evidentemente deciso di mandare in rete proprio chi, in tutta la sua vita, aveva segnato qualche goal, se va bene, nelle partitelle che aveva giocato da bambino all’oratorio. Infatti, sono trascorsi appena quattro minuti dal vantaggio di Muller e, questa volta, è la difesa germanica a fare il disastro. Messa sotto pressione dal forcing disperato degli azzurri alla ricerca frenetica di un pareggio, la retroguardia in maglia bianca azzarda un rinvio incerto e frettoloso, mandando il pallone a carambolare sui piedi di Tarcisio Burgnich che partecipa anche lui, stranamente, all’assalto delle barricate tedesche. Il mitico difensore interista si trova smarcato e realizza, in tutta sicurezza, l’unico ( ma pesantissimo ) goal della sua carriera. Il primo tempo supplementare volge al termine ed il morale azzurro adesso è rinfrancato, ma le emozioni non sono ancora finite. Rivera, subentrato a Mazzola in virtù della famosa staffetta foriera di tante polemiche, lancia Domenghini sulla sinistra. Cross al centro per Riva che con-trolla, spiazza Schnellinger e batte lo storico portiere Mayer con un rasoterra diagonale di rara precisione e da posizione leggermente defilata in area. Incredibile: sembravamo già con le valigie in mano ed invece ora chiudiamo il primo tempo in vantaggio. I 22 giocatori in campo sono stremati per la fatica, per la tensione e per il caldo e così la partita si tra-sforma in un susseguirsi di errori che ne possono cambiare il risultato in ogni momento. Rivera, fino a questo punto, pur senza eccellere, non ha demeritato. Ma è sua la disattenzione che, su azione da calcio d’angolo, permette a Gerd Muller di pareggiare. Se fosse un difensore farebbe un passo in avanti e butterebbe la palla in avanti, magari anche in tribuna...Invece, quello di coprire l’area non è proprio il suo mestiere: resta immobile ed il diabolico attaccante del Bayern Monaco sfrutta la sua ingenuità per riportare la Germania in corsa. E’ di nuovo parità e questa semifinale sembra proprio destinata a concludersi col lancio della monetina da parte dell’arbitro. In tutto il Paese- che, non a caso, è quello dei guelfi e dei ghibellini o di Coppi e Bartali – scoppiano nelle case, nei bar e nelle redazioni dei giornali le più accese discussioni tra “riveriani” e “mazzoliani”, con i secondi a maledire il C.T. Valcareggi per l’insana scelta di sostituire il loro idolo con il “golden boy”. Ma sono liti destinate a durare veramente lo spazio di un minuto. Il capitano del Milan, investito dagli insulti di Albertosi, fiuta un’aria decisamente cattiva nei suoi confronti, si sente in colpa e vuole rimediare. La palla è stata appena rimessa al centro e Rivera segue l’azione in avanti. Facchetti lancia Boninsegna sulla sinistra. Il centravanti ha ancora benzina a sufficienza per scendere sul fondo e poi crossare al centro, dove l’accorrente Rivera di piatto destro infilza Mayer per la quarta volta. E’ il minuto 111 e la battaglia con i panzer teutonici è finita 4 a 3 per i nostri colori. Rivera, in un minuto e mezzo, è risalito dall’inferno in paradiso ed ora nessuno ha più niente da rimproverargli. Si esulta ovunque: sul campo, nelle case e nelle strade. E’ questo anzi, il primo vero coinvolgimento po-polare e di piazza che riesce ad amalgamare unitariamente tutto il Paese. Nasce, forse, proprio quella notte l’usanza di festeggiare una vittoria sportiva nazionale suonando i clacson, urlando a squarciagola e sventolando bandiere azzurre o tricolori dai finestrini di migliaia di macchine. Molti di noi ricordano ancora oggi le parole con le quali un commosso Nando Martellini si congedò dai telespettatori in quella epica notte di un’estate messicana di ormai mezzo secolo fa : “Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per le emozioni che ci hanno offerto”. Ascolta “Destinazione Olimpia” lo speciale sulle imprese degli atleti che hanno scritto la storia dello sport su www.giornaleradio.fm

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