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9 maggio: Peppino Impastato | Gli occhi della storia



Quando si racconta la storia di Giuseppe “Peppino” Impastato si entra in una dimensione in cui il bene e il male si intrecciano a tal punto da confondere persone che, probabilmente in un altro contesto sarebbero diverse, uomini e donne ramificati in una subcultura fatta di odio, disprezzo della vita umana, codici d’onore, silenzi, omertà e vigliaccheria. Per questo il coraggio di un ragazzo può mettere (e lo ha fatto) in crisi gli equilibri e la stessa identità mafiosa, incapace di opporre una resistenza se non con la violenza. La mafia, dopo la prima guerra avvenuta al suo interno a metà degli anni 60 è tanto connotata e ramificata in Sicilia da non essere percepita per il suo reale effetto devastante, l’Italia di quegli anni guarda al fenomeno come circoscritto alla sola Sicilia, nonostante questa stia estendendosi e trovando connessioni con gli Stati Uniti, grazie al traffico di droga. Non esiste nemmeno una legge antimafia che la codifichi come associazione criminale e bisogna aspettare l’omicidio del generale Dalla Chiesa nel 1982 perché questo avvenga.
Il cuore della vicenda è negli anni 70. Lo scenario è quello di Cinisi, a 35 chilometri da Palermo, un paese paradossalmente ricco di storia, tradizioni, bellezza e una natura che 150 anni prima aveva ispirato il poeta Giovanni Meli. In quel Paese nasce un ragazzo che dimostra come i valori possano essere una scelta e non solo un’imposizione. Giuseppe Impastato nasce proprio a Cinisi il 5 gennaio 1948. La sua è una famiglia apertamente mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un'attività politico-culturale antimafiosa. Sua madre è figlia d’arte della ballerina Lilia Tchapkis e del tenore Eugenio Safroncik ed è appassionata di danza e del mondo dello spettacolo. Giuseppe, detto Peppino, studia e percepisce l’atmosfera omertosa che si respira in paese ma percepisce anche la voglia di riscatto. Nel 1965 fonda il giornalino "L'Idea socialista" e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo "Musica e cultura", che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1977 fonda "Radio Aut", radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era "Onda pazza", trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Voce Peppino Impastato su radio Aut. Con il padre ci sono contrasti aperti e violentissimi ma Luigi non riesce comunque a far tacere il figlio, il quale sfida la mafia del Paese la quale naturalmente non esce mai allo scoperto. Un giorno nel settembre del 1977 all'età di quasi 72 anni, viene investito di notte da una macchina, ma non vengono trovate le prove di un omicidio, nonostante abbia tutta l’aria di essere un esecuzione. Al suo funerale Peppino rifiuta di stringere la mano ai boss di Cinisi e questa reazione suscita molto scandalo in paese. Non la morte misteriosa del padre, non il dolore per la scomparsa del padre ma il fatto di non stringere la mano a dei boss. La madre di Peppino, Felicia è consapevole dei rischi che corre il figlio, del legame pericoloso con la sua famiglia, il padre mafioso e amico di Gaetano Badalamenti ma Giuseppe è pronto persino a morire. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Lo stesso giorno a Roma viene trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse, e la morte di Moro cancella o relega in secondo piano quella di Impastato. Forze dell'ordine, magistratura e stampa parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima. La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completa il quadro: l'attentatore era un suicida. I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell'attentatore, vengono perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri che indica chiaramente come l'esplosivo usato fosse quello da mina impiegato nelle cave. Sui muri di Cinisi un manifesto dice che si tratta di un omicidio di mafia. Un altro manifesto a Palermo, con la scritta: "Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia". Al funerale partecipano circa mille persone provenienti in gran parte da Palermo e dai paesi vicini. Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell'omicidio. Felicia Impastato racconta come andarono veramente le cose. Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria. Giovanni Impastato ricorda le modalità ambigue delle investigazioni e le conseguenze benefiche che ne sono derivate per gli insabbiatori. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti, accusato due anni prima di essere il mandante, rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata successivamente nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Nel settembre del 2000 esce il film I cento passi che fa conoscere Peppino al grande pubblico. Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo ha condanna a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti viene condannato all'ergastolo. Il 7 dicembre 2004 muore Felicia Bartolotta, madre di Peppino. Nel 2011 casa Badalamenti, confiscata, e assegnata all'Associazione Casa Memoria "Felicia e Peppino Impastato" e all'Associazione "Peppino Impastato". Nel 2011 la Procura di Palermo ha riaperto le indagini sul depistaggio. Sono tante le cose che non sono emerse, tante le persone che non hanno pagato. Quello che è certo è che la vita di Peppino Impastato ha preso una direzione che i suoi carnefici non si aspettavano, specie ora che credevano di averlo ucciso.

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